C’è una sensazione particolare quando ripensi alle notti di playoff tra Utah e San Antonio: non era solo una serie, era un esame. Ogni possesso sembrava dire, “vediamo quanto sei adulto”. E, puntualmente, gli Spurs uscivano da quelle battaglie con un’identità sempre più chiara, quasi scolpita.
L’inizio di una leggenda, quando tutto sembrava storto
Nel dicembre 1996 la situazione a San Antonio era più che complicata, un record di 3-15 e l’aria di fine ciclo. È lì che nasce il mito, quando Popovich si autopromuove capo allenatore e decide che la parola chiave non sarà “ricostruzione”, ma cultura.
E la rivalità con i Jazz, in quel contesto, conta eccome. Utah era l’esempio di squadra dura, organizzata, con gerarchie chiarissime. Per diventare grandi a Ovest dovevi passare da lì, o almeno misurarti con quello standard. San Antonio lo fa, impara, si indurisce, poi lo supera.
Duncan e Robinson, la coppia che ha cambiato la NBA a San Antonio
Il punto di svolta vero arriva con il Draft 1997: prima scelta assoluta, Tim Duncan. Messo accanto a David Robinson, diventa subito chiaro che non si parla solo di due lunghi forti. Si parla di una struttura portante, come due pilastri che reggono tutto il resto.
Perché funzionavano così bene?
- Difesa: presenza al ferro, raddoppi intelligenti, tagli avversari chiusi in anticipo.
- Attacco: gioco in post ordinato, letture semplici, pochi fronzoli e tanti punti “puliti”.
- Leadership silenziosa: niente caos, niente ego in primo piano, solo continuità.
Nel 1998-99 arriva il primo titolo, con un record di 37-13 in stagione regolare e una finale vinta 4-1 contro i New York Knicks. È il segnale definitivo: San Antonio non è più una buona squadra, è una dinastia che sta iniziando.
I trii degli Spurs, quando la formula cambia ma il risultato resta
La cosa affascinante è che gli Spurs non vincono sempre nello stesso modo. Cambiano pelle, aggiungono pezzi, riscrivono le gerarchie, ma la base resta quella: disciplina, sviluppo, letture.
Ecco come si possono leggere le grandi “combinazioni” che hanno segnato la storia recente NBA:
| Era | Nucleo dominante | Identità principale |
|---|---|---|
| 1998-2003 | Robinson, Duncan, (contorno di specialisti come Kerr) | Difesa e gioco interno |
| 2003-2014 | Duncan, Parker, Ginóbili | Creatività controllata, ritmo, spaziature |
| 2013-2014 | Duncan, Leonard, (Parker o Ginóbili a supporto) | Movimento di palla, difesa moderna |
Prima era, la durezza come firma
Nel primo ciclo la sensazione era quella di una squadra “inexpugnable”: se sbagliavi due letture, eri già sotto. Con veterani utilissimi e specialisti pronti a incidere nei dettagli, gli Spurs costruiscono il successo sul concetto più antico e più efficace: proteggere l’area e non regalare nulla.
Seconda era, Parker e Ginóbili cambiano l’aria
Poi arrivano Tony Parker e Manu Ginóbili e, all’improvviso, San Antonio diventa anche imprevedibile. Non perde la sua solidità, ma aggiunge accelerazioni, invenzioni, un modo diverso di creare vantaggi. Nel 2005 Parker viene eletto MVP delle Finals, un riconoscimento storico anche per l’impatto europeo nella lega. E in questi anni gli Spurs sembrano una macchina che migliora da sola, stagione dopo stagione.
2014, la perfezione “collettiva” e Leonard
La vetta emotiva, per molti, è il 2013-14: 62-20 in regular season, terzo premio di Allenatore dell’Anno per Popovich, e una finale dominata 4-1 contro Miami, con Kawhi Leonard MVP delle Finals. Qui il capolavoro non è solo vincere, è come vincono: palla che viaggia, tagli sincronizzati, tiri aperti, difesa senza panico.
Il record che chiude il cerchio, e spiega tutto
Quando Popovich supera quota 1.000 vittorie e poi arriva fino a 1.422 successi in 2.291 partite, tutte con la stessa franchigia, non è un numero freddo. È la prova che un’idea può durare 29 anni se la alimenti con metodo.
E se ti chiedi cosa c’entri davvero Jazz-Spurs con tutto questo, la risposta è semplice: quelle sfide hanno rappresentato il termometro dell’Ovest, il banco di prova della maturità. San Antonio ha imparato a vincere anche lì, e da lì ha costruito una delle storie più lunghe e coerenti che la NBA ricordi.


